A volte l'apparenza inganna, perché si può tentare uno sforzo in più per capire lo spirito di un popolo. Il concetto del bello non è assoluto, anche se si tende sempre di più ad omologare le cose, perché è rassicurante. Nel paese dove tutto è omologazione, rassicurazione, funzione, impostazione, ciò che diventa per definizione soggettivo è proprio il bello.
Non importa che un paesaggio nel suo insieme sia armonico, importa che quel dato oggetto sia funzionale o che rimanga invariato per il suo senso storico. In un paese dove i cartelli di warning in caso si tsunami sono di più dei semafori, si capisce perché si vuole conservare ciò che è tradizione e si lascia andare ciò che è superfluo. E quindi le case sono di legno, o di lamiera, con finestre di carta. Gli arredamenti scarni, quasi inesistenti. La cosa importante non è che sia bello, ma che sia funzionale, tanto prima o poi il mare o un terremoto se lo porterebbero via.
Siamo in un albergo che sembra una nave da crociera anni '60, ma si mangia benissimo e tutto funziona benissimo. Il servizio è superlativo. È solo oggettivamente brutto.
Ma poi, si esce di qui e ci si inoltra nelle colline di Nachi, in mezzo alle cascate e ai templi, in mezzo a foreste di querce con più di 800 anni e bambù. Qui il tempo sembra veramente essersi fermato. Guardarsi attorno e respirare l'aria, nonostante il caldo, nonostante l'umidità, nonostante i 1000 scalini, fa pensare a quanto si è fortunati di poter assistere a tutto questo.
Poi il mare diventa secondario, anche se la spiaggia alla fine l'abbiamo raggiunta grazie al passaggio in autostop di una buffa signora che viaggiava su un furgoncino. L'onsen al tramonto in riva all'Oceano Pacifico, invece, ti fa ringraziare di essere al mondo.